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Gli invisibili. Dalla ricerca del valore alla ricerca di aiuto

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Le parole di oggi sono dedicate a chi si è sentito invisibile nella sua vita, a chi questa ferita non è ancora guarita o gli si “scopre” ogni tanto. E ai terapeuti che hanno pazienti con questa ferita. Chi mi segue da un pò, ormai, sa che gli effetti di questa sensazione non sono solo psicologici, ma si riverberano anche nel corpo e poi nelle azioni quotidiane, tra le quali la scelta del partner, del lavoro, del riposo, delle ferie, degli amici, ecc.

L’argomento è articolato, ma cerco di semplificarlo a scopo divulgativo.


La sensazione di essere invisibili è spesso associata alla mancanza di valore, quindi alla ricerca di sentirsi visti e importanti per qualcuno. In base all’intensità e alla profondità di questa ferita si presentano dissociazioni (separazioni da parti di sé) più o meno rilevanti. Le dissociazioni si caratterizzano per le difficoltà a sentire le emozioni (o solo alcune), a percepire delle parti del corpo come più rigide o quasi non nostre o diverse (per esempio sentire completamente diverso l’emilato destro del corpo da quello sinistro), alcuni eventi non si ricordano (anche eventi di una certa entità come per esempio essersi fatti togliere dei denti).


Malattie autoimmuni, dolori e/o infiammazioni cronici, sindrome della spalla congelata (condizione in cui la spalla senza trauma diventa dolorante e impedisce il movimento), fibromialgia, potrebbero rientrare in quelle malattie che il corpo usa per comunicare la necessità di tornare in contatto con se stessi: un tornare a vedere se stessi, perché nessuno vi ha insegnato come fare. E vedo alcuni pazienti curiosi che vanno a fare meditazione, yoga, corsi personali, medicina cinese, anni sabbatici, seguono maestri o guru, per trovare se stessi e più si cercano “fuori” più il corpo li richiama “dentro”.

Non potete trovare voi stessi solo guardando il mondo, è necessario che impariate a sentirvi e a vedervi… vedervi come voi vi sentite e non in base a come gli altri vi osservano e percepiscono.

Capisco che vi sentiate disorientati…


Potrebbe essere che già i 9 mesi della vostra gravidanza non siano stati semplici, magari siete una sorpresa per i vostri genitori, vostra madre era depressa, o ha avuto lutti e separazioni… Potreste esservi sentiti invisibili appena concepiti o appena nati, potreste non esservi sentiti accolti per vari motivi, e per sopravvivere vi siete disconnessi dal vostro vero Sé, diventando invisibili, costruendo una personalità che potesse accettata nel contesto familiare e sociale, così diventando anche invisibili a voi stessi. Ecco perché adesso vi state cercando così tanto tra yoga e meditazione, tra razionalità e collezione di diplomi e lauree; ma sappiamo che non è il perché a risolvere i nostri incastri, ma il COME… come siamo diventati invisibili a noi stessi? Una volta scoperto possiamo capire COME vederci, sentirci, soddisfare i nostri bisogni e imparare a darci valore. Il PERCHé passa solo attraverso la mente, il COME passa attraverso tutto: corpo, emozioni, mente e spirito.


Come ti sei sentito invisibile?

Riporto alcune situazioni che facilitano la percezione di trascuratezza nel bambino: cargiver (colui che si occupa del bambino) anaffettivi, ansioso, depresso, malato cronico, e simili.

Se il bambino non ha avuto altre figure di riferimento sarà ancora più probabile che cresca con meno strumenti a disposizione affinché il sistema nervoso impari a regolarsi: a riconoscere i propri bisogni e attuare comportamenti per soddisfarli, e a proteggersi. Così si diventa adulti non in grado di sentire appieno se stessi, di soddisfare i propri bisogni, diventando dipendenti da una relazione (qualcuno che fa sentire protetti, che offre sicurezza economica, emotiva, che anticipa i bisogni…) oppure si diventa adulti di riferimento (quelli che in famiglia pensano a tutti gli altri, o infermieri, oss, terapeuti) che si prendono cura di tutti (caretaker), perché bravi a capire i bisogno degli altri, ma non di se stessi. Da bambini invisibili perché la famiglia aveva altre cose a cui pensare e di cui occuparsi, perché c’era un genitore malato, si diventa adulti bravi ad osservare e a badare a se stessi (“perché gli altri a me non ci pensano”), ma non a conoscere se stessi e a provvedere a se stessi.


Il corpo ve lo dice: “per favore fermati e ascoltati, per favore, vedi che ti sta succedendo ancora? Vedi che di nuovo c’è la ricaduta? Per favore ascoltami, ascolta il tuo cuore che batte, ascolta il tuo respiro, ascolta chi sei…” e il cuore te lo dice: “per favore, ricordati chi sei, ritrova il te bambino lasciato … ascolta: ogni mio battito è riportarti a te stesso, a quel bambino lasciato in disparte a dover crescere da solo”


Vedo tra le persone che arrivano da me con l’obiettivo di conoscersi: c’è tanto desiderio a trovare se stessi, tanto quanta la paura. Perché paura? Perché c’è il timore di essere rifiutati per come siamo, di non essere capiti nei nostri bisogni; paura perché spesso noi siamo i primi a non accettarci e a sentirci in colpa per come ci siamo comportati con noi.


Se hai frequenti recidive nei momenti di fragilità e ti sei sentito invisibile, potrebbe esser il corpo a dirti “io ti vedo! Affinché ti possa vedere anche tu, affinché anche tu possa sentire il valore che hai (smettendo di chiederlo agli altri), rimani in ascolto di questa malattia, di quale sofferenza emerge”.


Cercate di acquisire gli strumenti per imparare ad ascoltarvi e a prendervi cura di voi, un poco alla volta. Trovate un terapeuta che possa vedere il vostro cuore e che un battito alla volta possa accompagnarvi nell’ascolto di voi stessi, mostrandovi gli strumenti disponibili affinché voi possiate proseguire autonomamente. Il terapeuta non è quello che vi dà il pesce da mangiare, ma quello che vi insegna gentilmente a pescare.


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Dottoressa Nicoletta De Col

Osteopata e MCB

Laurea triennale e specialistica in psicologia sociale


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