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Contro il proprio destino: l’insorgere della malattia

Ed eccoci al lunedì RIFLESSIONE DELLA SETTIMANA Nº 35


“Contro il volere di Dio… la malattia”


Ho usato la parola Dio per racchiudere il significato di destino, volere divino, progetto divino, Intelligenza Superiore.

Va di moda parlare di emozioni, di farle uscire, quindi fioccano libri sul “mandare a quel paese”, “saper dire di no”, e simili. Come spesso succede l’Occidente prende quel che gli fa più comodo per continuare a seminare zizzania anziché integrare e rasserenare.

Fa comodo dire che trattenere le proprie emozioni fa ammalare, fa comodo perché sembra ci si senta in diritto di esprimere la propria rabbia contro l’altro, o vomitargli la propria tristezza…ma se ti dicessi che anche andare contro il proprio destino fa ammalare?

Adesso spiego…


Continuiamo a comportarci come bambini viziati, che hanno il diritto ad avere tutto, subito e nel modo in cui desiderano… Amazon e simili, case di nuova costruzione, app di personalizzazione di prodotti…

Battiamo i piedi, ci disperiamo e arrabbiamo se qualcosa non va come noi avremmo voluto.

Oppure, mi piace anche questa versione occidentalizzata, ci chiediamo “cosa mi vuol dire l’universo?” (in realtà questa visione è egocentrica, mascherata da filosofia orientale).

Quando basterebbe darci una semplice risposta: non tutto gira intorno a me, semplicemente doveva andare così, per un motivo che ancora non so vedere, quel che posso fare è osservare il mio comportamento in questa situazione e imparare.


Il “doveva andare così” non è rassegnazione, nemmeno la punizione de karma, è che nel mondo c’è un equilibrio, c’è un’Intelligenza che mantiene tutto al suo posto, nel momento giusto affinché si possano compiere cose che noi umani non comprendiamo.

La malattia insorge anche quando non accettiamo che “doveva andare così”, lo sapevano le tribù e i popoli antichi.


Nella filosofia indiana si parla di Dharma* quando si accetta il proprio destino, il luogo in cui si é nati e la casta sociale a cui si appartiene senza possibilità di cambiamento. Ricordo che per me era inconcepibile, ma adesso comprendo.


Accettare il proprio Dharma altro non è che accettare il proprio posto nel mondo, il proprio destino nel Destino del mondo, il proprio ruolo in un disegno più ampio, invece che continuare a soffrire per desiderare di essere qualcosa di diverso da se stessi.




Non significa sia facile, ma è più difficile perdersi e sperperare le proprie energie. Tutto il nostro essere in questo modo può incanalarsi nei passaggi ciclici: cercare se stessi, trovare i propri talenti, portarli nel mondo, trovare posto nel mondo, ritrovare se stessi, trovare nuovi talenti, reintegrarli nel mondo, trovare nuovo posto nel mondo…

Ma siamo in un’epoca in cui ci viene facile credere che saremo più felici se diversi da noi stessi. E passiamo la nostra esistenza a non accettare, a rifiutare… smarrendo così noi stessi.


*significa “obbligo morale, verità”, “come le cose sono” o “come le cose dovrebbero essere”


dottoressa Nicoletta De Col

Osteopata

Laureata in psicologia sociale



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