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comunicare: litigi, incomprensioni, pensieri, dolore… come cambiare?

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Bene bene bene, oggi parliamo di un tema “scottante”: la comunicazione nelle relazioni. Uso la parola “relazioni” per prendere in considerazione la comunicazione tra coppie amorose, fratelli, genitori-figli e quella che si dà per scontata: tra “sé e sé”. Ti sei mai chiesto/a come comunichi con te stesso? Che parole usi? Sei accogliente? Giudicante? Beh, sappi che il come pensi modifica il corpo attraverso la produzione di alcuni ormoni in risposta ai pensieri che fai, attraverso modifiche chimiche nei tessuti biologici, risposte muscolari (non solo contratture, ma anche ritmo cardiaco, peristalsi), attivazioni di alcune aree cerebrali piuttosto che altre e così via, tutti i sistemi vengono coinvolti. I nostri stessi pensieri ci plasmano, la nostra postura non è solo il riassunto di ciò che facciamo, di quello che proviamo, ma anche di ciò che pensiamo.


Dice Lao Tzu:
«Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole.
Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni.
Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini.
Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere.
Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino».

Lo stile comunicativo che usiamo verso noi stessi tendenzialmente lo useremo anche con gli altri. Un tassello in più per comprendere perché conoscendo se stessi si cambia il mondo.

Le relazioni ci fanno guarire, sono la base del processo di guarigione.

Le relazioni sono nutrimento, sono la base per conoscere noi stessi: noi ci conosciamo in base alle nostre risposte agli eventi.

Le relazioni coinvolgono a 360° la nostra salute corporea, sia per il rilascio ormonale, ma anche per l’aumento delle probabilità di sopravvivenza (le tribù/società esistono per questo…almeno dovrebbero…).


Perché spesso sembra così difficile comunicare? Io e mio marito siamo riusciti a vivere bene la nostra relazione solo quando abbiamo sviluppato una comunicazione di coppia ripulita dalle ferite personali, abbiamo cercato di comunicare tra adulti anziché come dei bambini impulsivi e feriti, come adulti che comunicano le proprie emozioni, quindi abbiamo dovuto fare un percorso individuale e insieme. Ci parliamo dopo aver fatto chiarezza in noi, poi riferiamo quello che sentiamo all’altro, senza accusarci, rimanendo nella descrizione della situazione presente (bandite le frasi “perché tu quella volta…”, “perché tu fai sempre così…”, assolutamente eliminati “vedi che tu….”). Frase esempio. “Io mi sono sentita triste quando mi hai detto di non voler fare le passeggiate con me, perché mi ha ricordato quando da piccola ero sempre da sola, riusciamo a fare qualcosa insieme in base anche a quello che vuoi tu? cosa ti senti di poter fare?”. Lo so, richiede tempo. Le cose belle richiedono tempo. Ognuno di noi è nato dopo minimo 7 mesi di gestazione a cui si sommano i mesi in cui è stato “cercato”.


…perché è così difficile? La comunicazione è un mettere in comune, rendere disponibili, le informazioni. La difficoltà è che una persona potrebbe dare significati diversi alle informazioni che le stiamo dando, e viceversa.


Tenete conto che “non si può non comunicare”, siamo sempre in comunicazione, perché non è solo verbale. Anche un morto comunica: comunica che è morto, che i suoi tessuti si decomporranno, che non può respirare ecc… Dà un sacco di informazioni con la sua sola presenza. Di fatto la nostra semplice presenza, lo stare, come un monaco sulla roccia, è una comunicazione. Ogni persona che passerà vedendo il monaco avrà una percezione, che sarà differente di persona in persona, il monaco è sempre lo stesso, ma l’interpretazione modificherà.


Cosa significa? Che se stai parlando del tuo dolore a tuo marito/moglie/genitore e ti dice “dai, stringi i denti” è probabile che questa frase lui la dica spesso a se stesso, che l’abbia imparata a sua volta da un genitore/nonno, quindi non vede la tua richiesta di supporto, ma ti offre quello che lui ha imparato a dare in caso di dolore. Per questo se noi abbiamo bisogno di supporto è necessario dire chiaramente “ho bisogno di aiuto”, piuttosto che elencare quanto stiamo male e accettare che l’altra persona non potrebbe essere in grado di aiutarci, non è obbligata a farlo.


La comunicazione è difficile quando si creano aspettative, quando si crede che l’altra persona sia obbligata a esaudire un nostro desiderio. È difficile quando ci arroghiamo di sapere cosa pensa e prova l’altra persona; a mala pena a volte sappiamo cosa proviamo noi stessi… La comunicazione va calibrata sull’evento e questo è complicatissimo quando la relazione è piena di vissuti, rancori, ferite; è necessario prima, individualmente, trovare cosa ci ha feriti, come è successo, capire la nostra responsabilità, le nostre emozioni, ripulirci da tutto ciò e poi parlare. Altri esempi… se ci sentiamo insicuri è probabile che avremo paura del tradimento e cercheremo di controllare tutto e parleremo manipolando gli altri, se incolpiamo nostro padre per la nostra sensazione di solitudine è probabile che gli parleremo con aggressività.


Il nostro modo di comunicare (quindi anche di fare- il fare è una forma di comunicazione) ha radici profonde: il feto percepisce i suoni, le vibrazioni, gli stati d’animo della madre, nei primi tre anni di vita si registra tutto, la società in cui siamo comunica i dogmi.


Se vogliamo cambiare il mondo, ascoltiamo i nostri pensieri e portiamo compassione nel nostro linguaggio mentale, togliamo l’arroganza di sapere cosa serve agli altri o cosa devono fare/pensare, portiamoci saggezza, semplicità e silenzio…perché per trovare noi stessi è necessario togliere le parole con cui siamo cresciuti, entrare nelle sensazioni per sentirle senza parole, e dargli nuove parole (le nostre). Il dialogo con gli altri sarà più semplice perché noi ci saremo chiariti, perché noi useremo le nostre parole, sulla base delle nostre sensazioni e valori.


C'è in noi una batteria fondamentale, è fatta di silenzio, di esitazione, di delicatez-za, di compassione saggia, ha bisogno di essere ricaricata, ha bisogno di silenzio, di vuoto, di sospensione. […]Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto.[…]

Lo spazio vuoto è quello che permette alle persone e agli oggetti di entrare in relazione. Lo spazio vuoto separa e collega.«La traduzione letterale di sünyata è quella di un utero gravido: vuoto, nutritivo, fertile e pieno dell'intero mondo»” (tratto da “il silenzio è cosa viva” di Chandra Livia Candiani)



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Dottoressa Nicoletta De Col

Osteopata e MCB

Laurea triennale e specialistica in psicologia sociale

Laurea in scienze motorie


🌅instangram @nicolettadecol

🔵FB “Nicoletta De Col - osteopatia e psicologia”https://www.facebook.com/profile.php?id=100086145891545






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